Il laboratorio di quartiere: un’infrastruttura di prossimità per il governo aperto locale
Come il Comune di Bologna ha trasformato i processi partecipativi in una struttura di prossimità per contrastare le diseguaglianze e promuovere la giustizia sociale
Descrizione sintetica
L'esperienza delle Case del Quartiere del Comune di Bologna rappresenta un modello avanzato di governo aperto che supera la logica degli interventi episodici per istituire un’infrastruttura di prossimità per la collaborazione tra istituzioni e società civile. Nate negli anni '70 come centri sociali autogestiti da anziani, le Case del Quartiere si sono trasformate dal 2019 in hub aperti a tutta la cittadinanza, in risposta a un tessuto sociale profondamente mutato.
Attraverso la rete delle Case di Quartiere, l’amministrazione attua i processi decisionali agendo come facilitatore per generare soluzioni co-prodotte e aderenti ai bisogni reali dei territori. Le Case sono sede dei Laboratori di Quartiere, nati nel 2017 e oggi evoluti in presidi stabili, luoghi di prossimità, veri e propri incubatori di cittadinanza attiva e mutualismo territoriale a Bologna.
L’innovazione del modello bolognese qui descritto risiede anche in una metodologia strutturata e replicabile, che ha permesso ai Laboratori di Quartiere di evolvere: da strumenti nati inizialmente per il bilancio partecipativo a “infrastruttura permanente del governo aperto”.
Ambito e obiettivi
L’iniziativa si inserisce nelle politiche di innovazione istituzionale e welfare di prossimità, orientando gli strumenti del governo aperto verso la riduzione dei divari socioeconomici. Si colloca entro una visione che intreccia partecipazione, amministrazione condivisa e contrasto alle diseguaglianze.
L’obiettivo generale del percorso è stato quello di ancorare le politiche di governo aperto a una finalità redistributiva del valore pubblico, sperimentando l’impatto degli strumenti partecipativi nel contrasto alle diseguaglianze territoriali e sociali. Tra gli obiettivi specifici si collocano:
- la strutturazione di luoghi permanenti di confronto nei quartieri e il consolidamento di una rete di prossimità capace di intercettare bisogni latenti e di valorizzare risorse comunitarie;
- l’estensione del coinvolgimento a soggetti tradizionalmente meno presenti nei processi partecipativi, le cosiddette “comunità di frontiera” e l’attivazione di capacitazione civica, trasformando il cittadino da utente a co-produttore di soluzioni;
- la costruzione di agende territoriali fondate sull’integrazione tra sapere tecnico, politico e civico per formulare politiche pubbliche basate sulle evidenze.
Attori coinvolti
L’esperienza bolognese si fonda sulla costruzione di reti multilivello che intersecano la sfera politica, le istituzioni, ancor di più quelle di prossimità, e il tessuto sociale nelle sue molteplici articolazioni. All’interno del contesto istituzionale si sono costituiti team di lavoro multidisciplinari, composti da operatori dei servizi sociali, educatori, agenti della polizia locale, bibliotecari e tecnici dei lavori pubblici. L’ecosistema partecipativo ha visto il coinvolgimento sia di rappresentanti della società civile organizzata, composta da enti del terzo settore, associazioni culturali, cooperative sociali e gruppi di volontariato strutturato, sia cittadini, con particolare attenzione alle “comunità di frontiera”. Questo ultimo gruppo comprende residenti delle periferie complesse, giovani, famiglie monoreddito, cittadini di origine straniera e tutte quelle soggettività che abitualmente è più difficile coinvolgere nei processi di partecipazione pubblica.
Attività
L’esperienza ha come fulcro le Case di Quartiere che a Bologna hanno una storia unica, evolutesi da centri sociali per anziani degli anni '70 a luoghi aperti a tutta la cittadinanza dal 2019. Questa trasformazione ha fornito una risposta ai cambiamenti del tessuto sociale e alla crisi del volontariato, affrontando la sfida del ricambio generazionale. Le Case sono sede privilegiata dei laboratori partecipativi, nati inizialmente per il bilancio partecipativo ed evoluti fino a diventare l'infrastruttura permanente del governo aperto, dove l'amministrazione condivide informazioni e raccoglie i bisogni dei cittadini, per orientare tutte le politiche di zona.
Il processo si è articolato in fasi precise, pensate per rendere la partecipazione non solo possibile, ma anche consapevole ed efficace. Ogni laboratorio ha avuto avvio con la presentazione di una mappa della zona con riportate le risorse esistenti, i servizi attivi e i progetti in corso. Primo passo indispensabile per una partecipazione consapevole dei cittadini e per superare l’asimmetria informativa che tradizionalmente separa cittadini e istituzioni condividendo un quadro conoscitivo di contesto.
La successiva fase di mappatura dei bisogni dei cittadini ha preceduto quella di elaborazione delle proposte e del bilancio partecipativo. Un esempio concreto di come la partecipazione possa raggiungere i luoghi più difficili e coinvolgere chi non è abituato a partecipare è rappresentata dalla Piazza dei Colori, una zona complessa della periferia bolognese dove il processo ha attivato risorse e cittadinanza locale.
L’aspetto più significativo è che i risultati di questo processo non hanno alimentato solo il bilancio partecipativo. Le informazioni raccolte sono state utilizzate per costruire le “agende di zona”, documenti strategici che orientano tutte le politiche del quartiere, combinando il sapere tecnico, politico e civico.
In questo modo, la partecipazione diventa una fonte di intelligenza collettiva che informa stabilmente l’azione amministrativa.
Punti di forza e criticità
L’esperienza di Bologna dimostra che un governo aperto locale maturo ed efficace richiede un investimento strategico nella costruzione di un dialogo che sia stabile, accessibile e inclusivo. Questa infrastruttura è al tempo stesso fisica, la rete delle Case di Quartiere, che funge da presidio di fiducia e prossimità, e procedurale, basata sul metodo trasparente e strutturato dei laboratori.
Tra i principali punti di forza si annoverano la stabilizzazione di luoghi permanenti di confronto, la centralità della trasparenza informativa quale prerequisito della partecipazione, l’integrazione tra strumenti differenti (bilancio partecipativo, patti di collaborazione, laboratori), nonché il forte radicamento territoriale garantito dalle Case di Quartiere.
Tra i punti di attenzione è invece utile rilevare che la partecipazione spesso tendeva a coinvolgere prevalentemente soggetti già organizzati mentre questa progettualità ha superato questo limite, applicando una strategia più incisiva di inclusione delle comunità marginali.
La gestione del volontariato e il ricambio generazionale nelle strutture associative impongono un ripensamento delle modalità di ingaggio e di trasmissione delle competenze di cittadinanza attiva. L’esperienza ha risposto in modo concreto mettendo in atto una strategia intenzionale e strutturata di ampliamento della partecipazione su più livelli, per rafforzare l’equità nell’accesso ai processi decisionali. Un elemento chiave è stata l’attivazione di pratiche di coinvolgimento mirate nei contesti più fragili e periferici, come nel caso della Piazza dei Colori, che ha consentito di raggiungere soggetti tradizionalmente esclusi.
Note
L’esperienza si basa su una testimonianza di Erika Capasso, delegata del Sindaco di Bologna alla riforma dei Quartieri, Immaginazione civica, progetto Case di Quartiere, politiche per il terzo settore, bilancio partecipativo, inchiesta sociale, sussidiarietà circolare e nuove cittadinanze.
In questa esperienza si sottolinea l’importanza di promuovere percorsi di formazione diffusa e condivisa, rivolti sia al personale della pubblica amministrazione sia ai soggetti civici attivi nei territori, con l’obiettivo di favorire una maggiore comprensione reciproca tra le esigenze dell’apparato amministrativo e le istanze provenienti dalle comunità locali. In questa prospettiva, viene inoltre evidenziata la rilevanza di strumenti regolativi che riconoscano e consolidino il principio dell’amministrazione condivisa, anche attraverso il suo inserimento nello statuto comunale.